I punti nave formano una linea che da Gibilterra punta sul mar dei Caraibi, poi si infila nel canale di Panama, da lì attraversa tutto il Pacifico fino a raggiungere l’Australia, passa lo stretto di Torres e si dirige verso il Madagascar, poi gira intorno al capo di Buona Speranza e ritorna su come un serpente. È solo una linea, un insieme di punti, ma mi fanno piangere, come la bellezza delle onde qui fuori.
Dopo vent’anni e 37.000 miglia Papayaga ritorna a Ponza: un giro del mondo che era solo un sogno è diventato un’esperienza umana straordinaria, in grado di spostare l’orizzonte interiore prima ancora di quello geografico.
Giovanni Malquori la racconta nel suo ultimo libro L’importanza dell’orizzonte.
Il cucciolo di balena
“I giorni successivi ogni volta che navigavamo tra le isole, anche sotto costa, ne incontravamo a decine. Saltavano, sbattevano le pinne, sbuffavano. Uno spettacolo che non avevamo mai visto nemmeno nei documentari. Gabriele, che aveva quasi tre anni, rimaneva ore sulla tuga aspettando di vedere qualche coda e quando ne appariva una spalancava gli occhi come un gufo.
Fu naturale buttarsi in acqua, nuotare a lungo aspettando che si avvicinassero. Ripetemmo l’esperienza per più giorni, facendo i turni per rimanere con Gabriele. Letizia vinse la paura e, armata di GoPro, si tuffò cercando di non pensare agli abissi che si aprivano sotto le sue pinne. A un tratto una mamma le si avvicinò, era grande come un camion e tra le sue pinne nascondeva il cucciolo. La balena passò a pochi metri da lei e con l’occhio sembrò raccomandarsi di non fare scherzi. Solo allora lasciò che il cucciolo si avvicinasse. Il piccolo cominciò a fare piroette come per farsi notare, voleva giocare, forse fare amicizia, e si avvicinò per darle una musata, come fosse un gattino. Solo che il gattino era grande come un SUV e Letizia, che non ha molta dimestichezza con l’elemento acquatico, rimase paralizzata, con la GoPro a penzoloni.”
In rotta verso la Nuova Zelanda
“Ebbi paura, pensai di togliere le vele e mettere alla cappa secca, ma le onde non erano troppo alte, così decisi di continuare la corsa verso ovest, con il vento al giardinetto. La paura spesso dipende dalla mancata conoscenza delle circostanze e io, non avendo mai affrontato un mare del genere, rimasi per alcuni minuti aggrappato al timone, con l’acqua che mi colava dalla cerata e la speranza di uscire il prima possibile da quel turbine.
La realtà, tuttavia, mi rassicurò: non c’era nessuna situazione di stress per la barca. Con due mani e trinchetta Papayaga può navigare in qualsiasi condizione e la lasciai correre quanto chiedeva. Il timone era morbido, nessuna manovra sforzava più del dovuto e lo scafo scivolava veloce tra le onde. Passati dieci minuti ripresi a sorridere al vento, contento di volare a nove nodi su una barca fantastica. Congedai Roberto, che tornò in cuccetta congelato, e rimasi al timone per godermi lo spettacolo di un mare che non avrei potuto conoscere così maestoso se avessi dato ascolto alle paure.”
Dove si accoppiano le tartarughe
“Ci dirigemmo istintivamente verso degli scogli lisci e lucidi che avevano attirato la nostra attenzione. Si stagliavano chiaramente sulla spiaggia bianca ed erano tanti e tutti uguali fra loro. Arrivati nelle vicinanze rallentai il passo e rimasi a bocca aperta. Quelle macchie scure non erano scogli, ma tartarughe giganti. Centinaia di tartarughe giganti.
Mi inginocchiai vicino a una di loro, rimasi fermo credendo fosse morta, ma lei aprì gli occhi assonnati, mi osservò stupita e svogliatamente si rituffò in acqua. Solo allora mi resi conto che quelle centinaia di macchie scure sotto la superficie non erano coralli ma tartarughe che si rincorrevano, danzavano e giocavano.
Eravamo capitati nel posto giusto al momento giusto. Le tartarughe si erano date appuntamento in questa parte di mondo per accoppiarsi. Un luogo sufficientemente sicuro e appartato, prima del nostro arrivo.”

